Strumenti per l’insegnamento della progettazione architettonica




STOÀ è una rivista italiana, sottoposta a processo di double-blind peer-review, che si interroga sui metodi e i processi che determinano il progetto didattico per l’architettura. Rivista dell’area della progettazione architettonica (SC 08/D1) STOÀ tende a coniugare ricerca accademica e pratiche didattiche al fine di generare una riflessione critica sulle scuole, sui suoi protagonisti e i loro metodi favorendo una intersezione tra i saperi e le altre discipline al fine di comprendere le strutture e gli strumenti indispensabili alla costruzione del progetto didattico. Rivista quadrimestrale che con il suo farsi costruirà un reticolo internazionale di temi e posizioni, provando a forzarne caso per caso i limiti per comprendere le istanze e i termini del contemporaneo radicandoli a questioni fondative della disciplina.



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L’immagine Incarnata. Immaginazione e immaginario nell’architettura

Juhani Pallasmaa

2014



Da sempre legato, nelle sue elaborazioni teorico-critiche, alle tematiche della percezione e dell’interazione tra spazio corpo e mente, in questo lavoro Juhani Pallasmaa focalizza la sua attenzione sull’immagine – croce e delizia della contemporaneità – per intraprendere un percorso che si snoda tra perdizione e liberazione, tra denuncia dei pericoli determinati dagli eccessi visivi e incoraggiamento alla riscoperta dell’orizzonte vitale da questi celato. Un’apologia dell’immagine, che facendo luce sulla sua essenza incarnata, mette in gioco il senso ultimo dell’esistenza. 
Lontano dall’essere una mera rappresentazione visiva, l’immagine costituisce infatti per Pallasmaa una sorta di prefigurazione invisibile che attiene alla dimensione affettiva, uno stato d’animo che anticipa l’emergere della figura; un pulviscolo indefinito che contiene in nuce il germe della creazione. Si tratta di un immaginario fondato sull’incarnazione che consente all’uomo di ridefinire i propri spazi vitali e dunque abitare il mondo.
La bulimica sovrabbondanza del visibile cui siamo oggi sottoposti è per l’architetto finlandese direttamente proporzionale a un impoverimento dell’immaginazione, che si appiattisce all’interno di parametri determinati da condizionamenti esterni e fascinazioni superficiali. L’informazione rapida si sostituisce alla conoscenza; la sovrastimolazione visiva congela e inaridisce l’impulso all’esperienza corporea e al lento sedimentarsi di stati d’animo e significati affettivi da cui poi ogni creazione artistica discende.
All’immagine viene riconosciuto un ruolo fondamentale non solo nella percezione e nello sviluppo delle capacità mnemoniche, ma soprattutto come strumento di pensiero poiché  ogni tipo di riflessione intellettuale non può, di fatto, prescindere dall’evocazione di un immaginario di riferimento.
Per confutare la vaghezza con cui ci si confronta all’argomento l’autore snocciola – dedicando un capitolo intero –  le differenti modalità attraverso cui l’immagine assume un ruolo cruciale nella definizione delle esperienze sensoriali, rappresentando uno strumento di mediazione tra «il fisico e il mentale, il percettivo e l’immaginario, il fattuale e l’affettivo»[1]. Sotto forma di archetipi e metafore, l’immagine si stratifica in maniera inconscia nella singole esistenze contribuendo cosi alla definizione dei vissuti.
Nonostante la minaccia della strumentalizzazione e l’estetizzazione derivata dalle attuali tecniche di produzione virtuali che «sembrano spesso creare un mondo di finzioni architettoniche a se stanti»[2] l’architettura è un’arte intrinsecamente in grado di opporsi al mercificazione retinica.
Gli edifici, infatti, nascono per rispondere a funzioni corporee e in quanto oggetti costruiti dall’uomo evocano memorie e condensano visioni che riemergendo sotto forma di emozioni strutturano le esistenze, incentivando altre forme di attività. Inoltre è la stessa presenza materica a rappresentare un incoraggiamento alla comprensione corporea: «le immagini profonde in architettura sono azioni piuttosto che entità formali od oggetti. Queste entità permettono e invitano: il pavimento invita al movimento, all’azione e all’occupazione; il tetto offre riparo, protezione ed esperienze di interiorità; il muro sta a significare separazione di vari ambiti […]»[3].
Richiamando le tesi di Jung e Bachelard l’autore rintraccia come attraverso l’immagine l’uomo possa entrare in risonanza con la dimensione archetipica dell’inconscio e dunque stabilire una connessione con la complessità del creato.
Sviscerando tale dimensione poetica, e senza mai cedere alla sfiducia per la contemporaneità o scivolare in euforica retorica della redenzione, in quest’opera Pallasmaa vivifica l’immagine, che uscendo dai ranghi della rappresentazione a cui è stata relegata nell’immaginario architettonico, si svincola dall’essere per l’architetto un accattivante strumento di performances comunicative per diventare invece armamento di elaborazione del pensiero in un rapporto dialettico tra cosmico e umano.  Recensione di Francesca Iarrusso



[1]Juhani Pallasmaa, L’immagine incarnata. Immaginazione e immaginario in architettura, Safarà editore, Pordenone 2014, p. 49.
[2]Ivi, p. 23.
[3]Ivi, p. 164.


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STOÀ Journal
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2021 - Published by Thymos Books
ISSN  2785-0293