Strumenti per l’insegnamento della progettazione architettonica




STOÀ è una rivista italiana, sottoposta a processo di double-blind peer-review, che si interroga sui metodi e i processi che determinano il progetto didattico per l’architettura. Rivista dell’area della progettazione architettonica (SC 08/D1) STOÀ tende a coniugare ricerca accademica e pratiche didattiche al fine di generare una riflessione critica sulle scuole, sui suoi protagonisti e i loro metodi favorendo una intersezione tra i saperi e le altre discipline al fine di comprendere le strutture e gli strumenti indispensabili alla costruzione del progetto didattico. Rivista quadrimestrale che con il suo farsi costruirà un reticolo internazionale di temi e posizioni, provando a forzarne caso per caso i limiti per comprendere le istanze e i termini del contemporaneo radicandoli a questioni fondative della disciplina.



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︎︎︎             Biblioteca STOÀ                                         STOÀ 1. Modelli




Architecture and Model Building. Concepts, Methods, Materials
Alexander Schilling

2018



Pensare con le mani

   


Sfogliando le pagine di Architecture and Model Building si è subito colpiti dal colore delle pagine giallo post-it. Una casuale coincidenza? Forse.
L’odore della carta e della colla di un libro appena aperto fanno il resto.
Osservazione a prima vista banale, ma che in realtà ci dispone allo spirito di questo saggio.
Addentrandosi tra le pagine del libro di Alexander Schilling si intuisce subito di essere davanti a uno strumento di bottega, un ferro del mestiere, per chi si occupa di architettura. Una sorta di manuale d’artista.
Non sono casuali, a tal proposito, le parole che disegnano il sottotitolo in copertina: concetti, metodi, materiali.
Il saggio di Schilling è un’attenta riflessione sul modello che si colloca in un orizzonte teorico-critico di progresso. In fin dei conti, come sostiene lo stesso autore, non è così irragionevole pensare che la costruzione fisica di una maquette possa essere paragonata, o addirittura coincidere, con la costruzione reale di un’opera di architettura.
La realizzazione del modello è infatti didatticamente il primo momento in cui un giovane studente si confronta con la logica e i principi di un processo costruttivo. Nel corso della storia, e attraverso i nuovi orizzonti della tecnica, questo è stato interpretato non solo come luogo della rappresentazione ma anche, o soprattutto, come dispositivo per la ricerca delle forme. Basti pensare alle complesse strutture concepite da Pier Luigi Nervi, o da Frei Otto per esempio, in cui la tensione strutturale che attraversa le imponenti forme era anticipata e verificata nella miniatura dei diversi modelli di lavoro.
Schilling si chiede se anche l’opera costruita, nella mente dell’architetto, non rappresenti una sorta di modello in scala 1:1 con cui mettere alla prova l’idea o il concetto alla base di quelle forme. Anche l’opera costruita può essere quindi interpretata come un dispositivo attraverso cui verificare il valore di un’intuizione che non può che trovare la sua correzione, o la sua critica, in un nuova opera per un nuovo committente. Un’ossessione sempre aperta nella mente di chi la elabora, alla ricerca di un’immagine perfetta.
In questa prospettiva è decisivo il modo con cui l’autore interpreta (operativamente) i caratteri strumentali del modello nei diversi momenti che segnano l’esperienza di un procedimento progettuale: dalla costruzione del concept sino alla materializzazione delle sue forme nello spazio.
Se la prima parte del libro è dedicata a una riflessione critica di ordine generale, gli sviluppi successivi del saggio riflettono prevalentemente sul valore della materia, «la sostanza di cui sono fatti i modelli».
Uno schema comparativo consente il confronto tra alcuni caratteri delle architetture e dei loro sistemi di costruzione con i materiali e le tecniche che, nell’astrazione del modello, consentono di evocarne la fisicità.
Sfogliare il libro di Schilling mi ha ricordato di quando consultavo il piccolo manuale d’artista nella biblioteca di mio padre – pittore per passione – per capire come produrre un quadro. L’autore infatti riporta una importante catalogazione di materiali, strumenti, tecniche di lavoro, fornendo preziose indicazioni a chi, forse per la prima volta, sceglie di utilizzare questo strumento per fare architettura.
In che modo l’esperienza fisica del modello può continuare ad avere un valore fondativo per il pensiero in una realtà dominata/trasformata dal paradigma del digitale?  
È la domanda con cui Schilling chiude il suo saggio che è probabilmente la ragione stessa di questo libro.
Non si tratta di rivendicare un nostalgico sguardo sul passato o un romantico primato nei confronti della digitalità, che lo stesso autore definisce altrettanto necessaria nei processi che oggi determinano la produzione dell’architettura.
Il modello non produce l’immagine di una realtà possibile, ma promette di far scaturire nella mente di chi lo osserva, e tra le mani di chi lo produce, la figura di una metafora.
Un procedimento di astrazione che come ricorda Aristotele è «indizio di nobiltà perché usare bene la metafora significa percepire con la mente il concetto affine».
È in questo senso che costruire un modello, o tracciare un segno sulla carta con la propria mano, corrisponde al bisogno di dare forma al pensiero, fare esperienza di quella materia che tutti noi abitiamo. Recensione di Tiziano De Venuto


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2021 - Published by Thymos Books
ISSN  2785-0293